Dove regnano i giganti i CIO sono a rischio
Nel 2010 pochi
fornitori monopolisti saranno liberi di fornire software
sempre più costoso e complesso
Nel suo
primo numero del 2004, la rivista americana
CIO
ha dedicato uno speciale ai possibili scenari del mondo
dell'IT nel 2010. Riportiamo qui un articolo che
tratteggia un quadro d'evoluzione del mercato del software
e dei servizi, sul quale abbiamo chiesto il commento di
alcuni CIO italiani e analisti di mercato, che verranno
pubblicati nei prossimi giorni.
I fornitori di
software sono come i dinosauri, ovvero vivono in un
ambiente che li incoraggia a diventare di proporzioni
enormi per sopravvivere. Quanto più grande è il
fornitore, tanto più al sicuro si sente il CIO. Non che i
CIO siano più felici, anzi, la maggior parte odia i cicli
senza fine dei contratti offerti dalle grandi aziende
fornitrici per gli aggiornamenti, la manutenzione e il
supporto. Tuttavia un grande fornitore fa sperare in una
maggiore longevità del software, oltre a suite di prodotti
più facili da integrare rispetto alle applicazioni
'gioiello' di fornitori più piccoli. I grandi regnano
dunque incontrastati, non perchè sono migliori, più veloci
o più efficienti delle loro controparti, ma perchè sono in
grado di risolvere alcuni, anche se non tutti i problemi
di integrazione dei CIO.
Ecco perchè, anche nel 2010,
i CIO continueranno a preferirli. L'unico altro segmento
che riuscirà a 'nutrirsi' in modo soddisfacente è quello
dei fornitori di outsourcing e di servizi che offrono, con
un unico pacchetto, il software, l'integrazione, gli
aggiornamenti e le personalizzazioni. Chiamatelo, se
volete, iperconsolidamento del mercato del software.
Se i Web services non
dovessero mantenere le promesse, l'integrazione rimarrà un
enorme fardello che pesa sia sui costi totali che sulla
complessità dell'IT. La tendenza a rivolgersi all'outsourcing
continuerà ad aumentare, via via che sempre più aziende
capiranno che i loro CIO non sono in grado di risolvere da
soli i problemi di integrazione. La fornitura di Web
services rimarrà saldamente nelle mani di poche grandi
aziende che non hanno alcun interesse affinché questi
problemi vengano risolti, in quanto ciò renderebbe i
clienti liberi di scegliere concorrenti più agili.
Nemmeno il software
open-source risolverà i problemi di integrazione, anche se
continuerà a far scendere i prezzi di alcune aree
dell'infrastruttura. Entro la fine del 2010, infatti, l'open-source
potrebbe trasformare database costosi quali Oracle e IBM
DB2 in commodity. I fornitori più piccoli si muoveranno in
direzione del modello open-source per abbassare i costi di
marketing: distribuiranno i prodotti gratis, per poi
vendere servizi e add-on.
Se l'open-source prendesse
piede tra un buon numero di grandi aziende multinazionali,
la tecnologia per la sua integrazione potrebbe diventare
importante quanto il modello dei Web services. Ciò però è
reso alquanto improbabile dalla complessità dei problemi
d'integrazione.
Il risultato? Nel 2010, i
CIO delle grandi aziende si troveranno sempre più
prigionieri di un modello economico antiquato per
l'acquisto, l'installazione e la manutenzione del
software. Il fatto che ci saranno poche aziende fornitrici
di grandi dimensioni significherà prezzi più alti, minore
possibilità di scelta, costi più elevati per passare da un
prodotto all'altro e, in generale, maggiori vincoli.
L'unico modello che potrebbe fermare i dinosauri è quello
in cui i fornitori vendono le applicazioni sottoforma di
componenti specifici e altamente configurabili, capaci di
aggiornarsi automaticamente e integrarsi con ogni tipo di
sistema, senza costi e con il minimo sforzo; in questo
ipotetico scenario, le aziende pagherebbero le
applicazioni soltanto quando gli utenti le usano.
Questo sogno, però, non si
avvererà nel 2010 per motivi puramente economici. Wall
Street potrebbe ridurre il valore delle azioni di quelle
aziende che cercassero di rinunciare al pagamento
anticipato delle licenze, che gonfia così tanto i guadagni
trimestrali, favorendo invece il modello 'pay as you go'.
Oltre a ciò, le grandi aziende hanno semplicemente fin qui
investito troppo per potersi permettere di aprire il
proprio mercato anche a concorrenti più piccoli.
"L'attuale modello di business che regola il software
trasforma i clienti in ostaggi," afferma Forrester
Research.
Gli ostaggi
I CIO odiano il modello
attuale per l'acquisto e la rivendita di software
complesso come l'ERP e il CRM; ciò è dovuto al fatto che
il costo dell'integrazione ricade solo sul compratore. I
fornitori più piccoli offrono spesso più funzionalità
rispetto alle loro controparti integrate, ma siccome non
esiste una tecnologia standard per integrare software di
fornitori diversi, rivolgersi a una piccola azienda può
essere rischioso. L'assemblaggio di prodotti diversi in
una strategia volta a implementare soltanto il meglio può
rivelarsi più costoso a livello di installazione e
richiedere dal 25 al 37% di tempo in più per le modifiche
e i test, rispetto ai pacchetti integrati dei grandi
fornitori.
Ecco perchè i CIO mettono in
gioco la carriera nel tentativo disperato di determinare
in anticipo quanto un pacchetto verrà realmente a costare,
se il management lo accetterà, e se davvero avrà un
impatto positivo dopo mesi o anni di problemi e modifiche.
In un'indagine condotta nel 2002 tra 600 aziende che
avevano acquistato software CRM, Gartner ha scoperto che,
in media, il 42% delle licenze non veniva utilizzato,
benché le aziende continuassero a pagarne il supporto e la
manutenzione.
Nonostante questi sprechi, i
clienti di software aziendale rimangono prigionieri dei
propri fornitori, legati con catene arrugginite da anni di
negligenza. Il passaggio a un altro fornitore è così
costoso da rivelarsi per molti proibitivo; secondo Meta
Group, meno del 2% dei clienti decide di fare questo
passo.
Mentre i fornitori di
applicazioni continuano a rifiutarsi di condividere il
fardello dell'integrazione con i clienti, i fornitori di
servizi hanno iniziato a capire che, con la condivisione,
non solo possono aumentare i guadagni legati alla
consulenza, ma anche quelli della vendita di software.
Computer Sciences (CSC)
negli USA, per esempio, dispone già di un programma per il
settore assicurazioni basato sulla condivisione, chiamato
Virtual Development. I clienti ricevono una copia del
codice sorgente del software, che possono modificare solo
con l'aiuto dei consulenti di CSC; a sua volta, CSC
accetta di introdurre tutte le personalizzazioni nella
successiva versione del software. Incorporando tutte le
modifiche, CSC offre un pacchetto software che può
diventare uno standard indispensabile per l'intero settore
(o un pasticcio terribile se malgestito). I clienti, a
loro volta, non rischiano di diventare eccessivamente
dipendenti da CSC perchè possono dare a qualcun altro il
codice sorgente.
Grazie alla sua enorme
posizione di vantaggio in fatto di servizi e outsourcing,
IBM potrebbe segnare una tripletta acquisendo nei prossimi
anni fornitori di software aziendale quali Siebel Systems
e Oracle, e legando al software i servizi di integrazione
e aggiornamento; rimane da vedere se il Dipartimento di
Giustizia, il guardiano della legge antitrust negli Stati
Uniti, sarebbe d'accordo. Per i CIO, questo scenario
sarebbe molto duro da digerire, per non parlare della
posizione di estremo svantaggio in cui si troverebbero
fornitori di sole applicazioni come SAP e Microsoft.
La fine delle innovazioni
I fornitori di software e
servizi diventano onnivori, e la linea che divide i
software dai servizi tende a rendersi invisibile. Un
fornitore di servizi che possiede tanto software sarà più
incentivato a creare un insieme di tecnologie di
integrazione universali rispetto a un fornitore di solo
software? Probabilmente no.
Entro il 2010, il numero di
fornitori che terranno in ostaggio le grandi aziende sarà
minore. I problemi non risolti di integrazione e
complessità dell'IT favoriranno l'acquisizione, da parte
dei fornitori più grandi, dei piccoli fornitori di
software, così da creare strutture onnicomprensive per
quei CEO che vogliono affidare l'IT in outsourcing.
Questo 'iperconsolidamento'
non porrà probabilmente fine alla complessità dell'IT, ma
la nasconderà all'ombra di pochi dinosauri, e ciò
significherà un rallentamento dell'innovazione. Con i CIO
prigionieri dei fornitori di servizi che offrono anche
soluzioni software stabili, sarà ancora più difficile per
i piccoli persino riuscire a organizzare un incontro. La
bolla delle dotcom ha insegnato ai CIO che è meglio non
investire in uno startup con idee brillanti ma miseri
bilanci; in modo simile, anche i venture capitalist sono
diventati molto più cauti. Si può prevedere che, nel 2010,
solo una manciata di aziende di software e servizi IT
controllerà più del 70% del budget IT delle aziende
Fortune 500. I piccoli fornitori lavoreranno solo per le
piccole aziende, con grande svantaggio per le grandi
aziende utenti, che non avranno accesso alle tecnologie
innovative sviluppate dalle startup. I piccoli clienti
saranno felici di utilizzare pezzetti di software che
noleggeranno via Internet.
Il CIO come 'contract
manager'
L'iperconsolidamento non
aiuterà nemmeno il ruolo del CIO. La riduzione delle
alternative renderà questa figura meno strategica e più
simile ai manager delle aziende fornitrici. Il
consolidamento dei fornitori toglierà al CIO potere e
controllo. Con meno fornitori in possesso di grandi fette
dell'infrastruttura IT (e con le società di outsourcing a
competere per ciò che rimane), le conoscenze strategiche e
la pianificazione tecnologica si troveranno sempre di più
all'esterno dell'azienda. I CEO e i CFO potrebbero
chiedersi perchè non possono incontrare direttamente i
fornitori; e a qualsiasi giustificazione il CIO possa dare
al mantenimento di rapporti con più fornitori non verrà
prestata attenzione. Senza tecnologie d'integrazione che
permettano al mercato una vera concorrenza basata sui
prezzi, che differenza c'è tra pagare canoni regolarmente
in aumento a più fornitori e pagare invece un'unica
società di servizi?
In questo tipo di ambiente,
l'open-source rappresenterà l'unica arma di tipo economico
a disposizione dei CIO per contenere i prezzi e i termini
di contratto dei grandi fornitori. I CIO dovrebbero
mettere da parte fette dei propri budget per finanziare
progetti open-source pilota all'interno delle proprie
aziende, se non altro per creare uno strumento di
negoziazione con cui impaurire i fornitori. I CIO che
sapranno investire il tempo e il denaro necessari per
realizzare alternative open-source a basso costo
potrebbero riconquistare la fiducia dei CFO e CEO più
scettici. Si tratta di un processo lungo e lento, che
andrà oltre il 2010, ma i CIO migliori sapranno quanto
software open-source c'è all'interno della loro
infrastruttura, perchè l'open-source non si muoverà più
dal basso verso l'alto, bensì dall'alto verso il basso.
Entro il 2010, quindi, la
strategia che differenzierà i CIO migliori sarà basata su
un'architettura neutrale e meno legata a un unico
fornitore. Si tratta di un compito difficile, ma i CIO che
sapranno creare un'infrastruttura che sia a basso costo,
di facile manutenzione e che non dipenda soltanto da una
manciata di fornitori per poter funzionare, avranno
certamente l'ultima parola durante la negoziazione dei
prezzi e, inoltre, avranno la capacità di adottare
soluzioni innovative più rapidamente rispetto agli altri
CIO che invece sono prigionieri dei calendari di rilascio
dei fornitori. I CIO che si limitano a scegliere i
fornitori da un elenco avranno un titolo più appropriato:
contract manager